LA COCCINELLA, IL FUNGO ROSSO E LA FRAGOLA

Pubblicata in “FIABE DELLA BUONANOTTE” di Rudis Edizioni

Coccinella, Amanita e Fragola erano tre minuscole fatine di un bosco incantato.

Possedevano la speciale virtù di cambiare tonalità come i prismi di un arcobaleno, ma il loro colore preferito, quando si vestivano a festa, era il rosso.

Le tre fatine si divertivano tutto il giorno a giocare, volando leggere tra i fiori e i grandi alberi della foresta coi quali si mimetizzavano, cambiando colore a seconda di dove posavano le loro ali. Con l’agilità e la naturalezza di un camaleonte, ogni fatina mutava il tono del proprio vestito, e persino quello dei capelli, non appena incontrava un essere simpatico con cui il suo piccolo corpo entrava in sintonia.

Quando volavano sulle corolle delle grandi margherite si tingevano di giallo, piene di polline, ma subito dopo si tuffavano nel verde del muschio che le rendeva simili a delle raganelle. Andavano quindi a immergersi nel fresco stagno, per divertirsi a fare schizzi, e a quel punto si ritrovavano tutte azzurre, pronte a volare di nuovo alte nel cielo, per confondersi tra le nuvole.

I loro scherzi facevano risplendere le acque riempiendo l’aria di musiche avvolgenti, sulle cui note improvvisavano le più stravaganti danze, dagli eleganti valzer sul ronzio delle api, alle simpatiche marcette sul movimento ritmato delle formiche.

Ma un giorno cambiò tutto.

Erano quelli periodi difficili per il bosco: la supremazia sul mondo incantato veniva da tempo contesa tra gli spiriti dell’aria come gli elfi e le fate, e le creature che popolavano il sottobosco, tra cui nani e gnomi. Neutrali si erano dichiarate le acque, e così le ninfe e le ondine fungevano da pacieri quando le liti tra i due regni rivali si facevano più dure.

Un giorno accadde che il capo degli gnomi, di nome Gurdulù, s’impuntò per avere la meglio sul regno dell’aria, o perlomeno sulle sue più vistose esponenti, niente di meno che le tre fatine. La faccenda era seria, giacchè ritrovandosi in un corpo grassottello e piuttosto tozzo, ricoperto da una lunga barba, il capo degli gnomi non sopportava la vista di creature così leggiadre e spensierate come le tre fatine. Lui che era costretto a lavorare duramente, trascinandosi tutto il giorno un pesante fardello, non poteva sopportare la loro allegria. Minare la pietra e trovare alla foce del fiume almeno l’ombra di una qualche pepita, era un lavoro durissimo e il canto delle tre amiche lo innervosiva a morte.

Per potersene dunque liberare, interpellò il grande fungo porcino che viveva ai piedi di un’enorme quercia, all’interno della quale aveva fissato la sua dimora, proprio lì vicino, nel sicuro rifugio delle sue radici.

Era questo il più stupefacente esemplare di fungo mai esistito nel bosco, e per questo era da tutti venerato e temuto. I suoi poteri magici erano stati capaci di annientare un intero esercito di umani il giorno stesso in cui si erano addentrati nel bosco, con l’intenzione di catturarlo per trasformarlo in cibo. Il fungo, risolvendo tutto alla velocità di un baleno, fece in modo che gli umani scappassero, sprigionando il suo potente veleno.

«Rapisci le fatine» suggerì il porcino allo gnomo, «vedrai allora che anche gli elfi si piegheranno al tuo potere».

Un consiglio così subdolo si qualificò subito degno del nome che portava il fungo, rivelandone la natura poco nobile, come l’odore sgradevole del peggior porcile.

«Ottima idea!» esclamò Gurdulù, la cui mente un po’ rozza non sarebbe mai arrivata a immaginare un simile stratagemma. Munitosi di un grande sacco sulle spalle, aspettò fiducioso che le tre piccole amiche si posassero su qualche fiore, com’erano solite, mimetizzandosi tra le minuscole foglie o volando sui petali di una gemma.

Così avvenne, e lo gnomo non perse tempo. Le catturò tutte insieme, in un sol colpo, richiudendole nel suo grande sacco per condurle prigioniere nel suo regno sotterraneo. La porta da lui creata alle radici della grande quercia segnava la strada di un groviglio di grandi gallerie e piccoli cunicoli scavati nel terriccio. Lì, senza mai respirare aria fresca, le tre fatine sarebbero state prigioniere.

Coccinella, Amanita e Fragola trascorsero così, sotto terra, le loro lunghe giornate. Non cantavano più né danzavano, tanto che tutto il bosco ne sentì la mancanza, e iniziò a tingersi dei colori dell’autunno. Il tempo passò, e lentamente tutto scivolò in un sonno profondo, per sprofondare infine nel gelo dell’inverno.

Fu per tutti un bel problema.

Ora gli elfi si erano sottomessi al potere degli gnomi, ma nessuno ne era felice, perché ciò era avvenuto per mezzo di uno stratagemma, nel silenzio e nella rassegnazione. Le ninfe e le ondine si erano rifiutate di assistere a quel triste spettacolo, e così si erano ritirate nelle acque più profonde, laddove si erano rese invisibili.

Il primo a pentirsi di aver cagionato una tale situazione fu il grande fungo porcino, che nel frattempo si era segretamente innamorato della bellezza delle fatine. Una tra loro, in particolare, aveva colpito il suo cuore intenerendolo: la grazia di Amanita sembrava non dargli pace, il suo sorriso lo illuminava rendendolo migliore, tanto che in poco tempo si rese conto di non desiderare più di possedere il suo veleno e tutto il potere malefico che era capace di sprigionare.

Colto dal rimorso, desiderò che Amanita ritornasse felice.

Così un giorno convinse la quercia ad aprire la sua grande porta, per condurre la fatina sotto la protezione del suo cappello. Il freddo e le intemperie erano oramai dirompenti, e la pioggia scendeva a dirotto, ma il fungo l’avrebbe tenuta al sicuro, protetta dal suo grande ombrello.

«Cara Amanita, ti chiedo umilmente perdono. Sono stato io, e il mio stupido consiglio, a causare tutta questa tristezza. Vorrei porvi rimedio, restituendo a voi fatine il vostro incantevole sorriso».

«Se puoi liberarci, te ne saremo infinitamente grate» disse Amanita.

Sentite queste parole, il porcino esplose in un pianto a dirotto.

«Perché piangi?»

Pieno di vergogna, il porcino spiegò ad Amanita le ragioni della sua disperazione.

«Vedi Amanita, il problema del veleno, così come di tutte le magie cattive, è che una volta liberato, il suo potere non può più tornare indietro», disse d’un fiato.

«Ma allora che fare?» rispose allarmata la fatina.

«Lasciami pensare… Ecco: una situazione negativa, sebbene non possa essere più riportata indietro come se non fosse mai esistita, può comunque venire modificata».

«Per esempio?»

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Fiabe della buonanotte – Rudis Edizioni