LA LEGGENDA DEL BAOBAB GIGANTE E DEL SALICE PIANGENTE

(Pubblicato su http://www.karmanews.it di Manuela Pompas: https://www.karmanews.it/33987/il-baobab-gigante-e-il-salice-piangente/)

Tanto tempo fa, alle due estremità di un mondo capace di volare sulle ali dei sogni, vivevano due grandi maghi. Erano Asher lo sciamano e Veleda, una donna druido.

Asher viveva nelle assolate distese della savana africana, ai confini con l’Equatore, dove la tribù nomade dei Masai, a cui apparteneva, si spostava viaggiando libera. Veleda era invece una profetessa della stirpe celtica, il cui antico regno aveva il suo cuore nascosto nei boschi della lontana Gallia.

Come ogni potente sciamano, Asher era dotato dell’innato dono, ereditato dal suo nobile lignaggio, di comunicare con gli spiriti dei defunti e l’anima di tutti gli esseri viventi. Con lui riuscivano a mettersi in comunicazione non solo gli spiriti generosi dei grandi alberi, ma addirittura gli animali selvatici dall’indole più schiva. Al suo dialogo, le fiere più pericolose della savana si ammansivano, trasformandosi in creature miti.

La vita, per Asher, non era altro che un continuo viaggio in evoluzione tra i mondi sottili delle sue premonizioni, un salto nell’oceano dell’ignoto che compiva varcando le porte invisibili di cui possedeva le segrete chiavi.

Grazie alla forza dei suoi rituali, a cui tutta la tribu partecipava in maniera attiva, riusciva a tendere lunghe corde capaci di riportare in vita nel suo cerchio di fuoco le energie perse, curando con farmaci miracolosi anche le malattie più difficili.

A differenza dello sciamano Asher, la sacerdotessa Veleda viveva invece in solitudine, avvolta da una nube densa di vapore che, come spuma marina, sorgeva dalla riva del fiume sacro alla cui foce ogni notte si rifugiava.

Era dotata di una bellezza inenarrabile, i chiari capelli di seta le scendevano sulle gambe come un lungo mantello, fino ad avvolgerle le caviglie. Il corpo leggiadro si muoveva flessuoso tra le pieghe della tunica, oscillando come un’onda al soffio del vento, in una danza che ricordava l’eco delle comete con le loro lunghe code.

Sua diretta interlocutrice era la luna, di cui serbava il colore della pelle argentea, e che nei suoi dolci occhi faceva risplendere, quand’era piena, il bagliore iridescente delle stelle.

Veleda aveva il dono della premonizione. Avvolta nella sua nube lucente, attivava i lunghi capelli come raggi protesi verso l’invisibile, e allora riusciva a penetrare anche la linea più sottile del tempo, che davanti a lei si srotolava a forma di spirale. Da lì, poco prima dell’alba, nell’istante in cui riemergeva dal suo sonno, il passato e il futuro le apparivano come la corolla dei petali di uno stesso fiore. Allora le placide onde del ruscello la cullavano nel suo risveglio, e le ninfe e le fate del bosco, sue amiche, le regalavano il loro placido sorriso.

Una notte di giugno, il giorno esatto del solstizio d’estate, il sole si elevò in cielo nel punto più alto dell’equatore, e la luna riuscì, per una rarissima congiunzione astrale, a sfiorarne il contorno esterno con una dolce eclisse.

Fu allora che Asher e Veleda s’incontrarono per la prima volta nel loro sogno comune: il cielo dove regnava il fato aveva così deciso.

Si guardarono negli occhi capendo di essere da sempre destinati ad amarsi, senza mai riuscire, tuttavia, ad abbracciarsi. Come il giorno che timidamente lambisce i confini della notte senza mai riuscire a raggiungerla, la loro sorte era segnata. Si potevano solo intravedere nei sogni, sfiorandosi tra le ombre delle loro visioni. Eppure erano essenziali l’uno all’altra, perché l’ardore del fuoco non può esistere senza la potenza mitigatrice della pioggia. Asher era la forza intrepida, la gioia solare, il ruggito ribelle della natura che non conosce briglie; mentre Veleda era la dolcezza, la grazia e la malinconia lunare, la bellezza misteriosa della flora boschiva, impalpabile e fresca come mattutina rugiada.

L’incontro che si compì quella notte fu di tale potenza che la terra stessa ne fu scossa. Vibrarono le montagne, sgorgarono dalle fonti nuovi ruscelli, le nevi polari si tramutarono in ghiacci perenni e nuove costellazioni apparsero sulla volta celeste. Il loro fugace amore era così potente, che anche se durò poco più di un istante, la sua memoria rimase impressa nel registro del sempre.

La loro felicità, tuttavia, fu come la scia di una cometa.

La potenza del loro amore fu tale da risvegliare l’antico cratere di un vulcano in cui dormiva un orribile gigante, chiamato Bronte, che aveva un solo occhio al centro di un’enorme testa, dalla strana forma di diamante.

Accecato dall’invidia per la felicità altrui, seppur tanto evanescente, Bronte decise di richiamare a sè il potere occulto del cratere, affinchè la nube nera, che lì dentro giaceva compressa, potesse sopprimere con un rigurgito di lava ogni moto di bellezza.

Si generò allora un terremoto che seminò orrore e disperazione.

Divorata dalla paura, la stirpe degli uomini non ebbe più fiducia nel potere della magia, che non era riuscita a proteggerli da tale sciagura, e fu così che i maghi scomparvero dalla storia dei popoli, e con loro tutte le diverse varianti che un tempo avevano rivestito i più importanti incarichi: sciamani e indovini, aruspici e profeti, druidi, sibille e vati.

Asher e Veleda non sapevano che quella, per loro, sarebbe stata l’ultima notte di un sogno ormai tramontato. Lessero nel volo degli uccelli che la fine stava approssimandosi e che non c’era ormai più scampo. Dilatarono un’ultima volta il loro sogno, tendendo tre volte le braccia al vento, per trovarsi a stringere solamente un misero pugno di polvere.

Al loro risveglio, dei loro corpi non c’era più niente.

Nel mezzo della savana, la sagoma del forte Asher svettava al centro della sua tribu. Si era trasformato in un gigantesco albero di baobab, il suo forte torace era diventato un grande tronco, le sue lunghe braccia protese verso il cielo, in perenne preghiera, accoglievano gli uccelli a riposo e riparavano gli elefanti e le giraffe.

Allo stesso modo, sulla riva di un fiume sacro, un bellissimo salice piegava le lunghe fronde riversandone i grappoli nelle fresche acque. Si fletteva sinuoso al soffio del vento, come un tempo avevano fatto le leggere pieghe della tunica di Veleda. Pareva pregare, in un pianto silenzioso che confidava alla luna il suo lamento di dolore.

Asher e Veleda non avrebbero più potuto incontrarsi nei rispettivi sogni, ora li separavano sconfinate distanze d’interi continenti e l’indurimento del loro corpo nel legno dei rispettivi tronchi.

Passarono i secoli, e forse anche i millenni. Finalmente un giorno accadde che un turista, passato per caso per la savana, sentì l’irresistibile impulso di cogliere una foglia del grande albero soprannominato il re dell’Africa.

Era un ragazzo strano, perlopiù attratto dalla leggendaria storia che attribuiva i poteri curativi del baobab alla magia delle sue enormi, invisibili radici. Si narrava infatti che quest’ultime potessero superare la dimensione delle loro chiome, fino addirittura a bucare la crosta terrestre per arrivare a sfiorare il cielo all’incontrario.

Vista la grande, luminosa foglia palmata del baobab, che il vento aveva portato ai suoi piedi, il ragazzo decise di prenderla con sé, come un portafortuna, accanto ai numerosi ricordi che conservava da ogni suo viaggio. Di lui, si diceva che fosse l’ultimo discendente di un’antica stirpe celtica, la cui dimora era rimasta invariata da secoli, nel cuore della Francia, laddove regnava incontrastato il silenzio delle acque di un antico fiume. Su quella riva, un bellissimo salice tendeva i suoi rami. Il suo dolore gli aveva parlato attraverso le fronde, sussurrandogli di un tempo antico in cui era stato felice.

Al ritorno dal suo viaggio, il ragazzo sentì l’impulso di porre alle radici del salice la foglia ancora viva del baobab, che aveva custodito gelosamente. Subito avvertì un lieve fremito che fece rabbrividire la superficie del fiume. I grappoli del salice vibrarono come le corde di un violino, e una melodia dolcissima si udì sprigionata dal suo tenero legno.

L’universo aveva capito, accogliendo un’antica preghiera dispersa nella notte del tempo.

In risposta a quel segreto messaggio, il salice tese un grappolo delle sue foglie. Allora il ragazzo capì, e spezzando con un dolce gesto quel singolo ramo, lo ripose in una bottiglia di vetro, affidandolo al mistero della corrente, alla magia del sogno e alla volontà insondabile del destino.

Qualche tempo dopo, non si seppe mai come, nell’enorme distesa della savana africana, ai piedi del grande baobab, era spuntata una piccola piantina. Era impossibile che potesse vivere in quelle terre così calde, ma nonostante le apparenze e la diffidenza generale, il suo seme riuscì a spuntare.

Il tronco del baobab aveva funzionato da cisterna, conservando nella sua corteccia grandi quantità di acqua. Alle sue radici, la tenera piantina del piccolo salice poteva abbeverarsi, protetta dalle intemperie e dal sole.

Asher e Veleda erano di nuovo insieme. Il loro sogno era riuscito a viaggiare attraverso il tempo, varcando la barriera invincibile che separa il mondo reale da quello impalpabile dell’invisibile.