SOMBRERO SWING:

QUANDO IL NOIR SFIORA IL WESTERN METROPOLITANO

Sembra una battuta di Woody Allen riadattata da Jannaci:

“qualcuno ha rapito una tigre dallo zoo, ma el ghe vedeva pü de nòtt che de dì… e adess, cossa ne femm de ’sta sciura al guinzaj, vestida de maculàa?”

Le avventure di Gino ed Eugenio iniziano qui, anche se il rapimento della tigre va a segno per il rotto della cuffia, dopo che il Gino, di professione guardiano allo zoo di Milano, ha rubato un paio di cerbottane con annesse munizioni soporifere per grandi predatori.

Poi però quella testa calda dell’ Eugenio decide di spegnere i fanali del furgone dove docile come un agnellino sta dormendo l’ignaro felino, e tutto si conclude con un bel bagno di mezzanotte nelle chiare acque del Naviglio Pavese. A secco: perché il canale è privo di acqua e anche le pantegane grosse come conigli lamentano il fatto.

Da allora sono passati quasi vent’anni e i due amici avrebbero teoricamente messo la testa a posto, se non fosse all’Eugenio è presa la cosiddetta fissa per le corse dei cavalli. Il dilemma è di difficile soluzione: se sia più il miraggio delle vincite a fargli girare la testa o la generosa scollatura della ragazza che se sta sorridente alla cassa.

Ad ogni buon conto, il fatto che può prendere due piccioni con una fava risolve a monte la questione, giacché solo una possibile vincita potrebbe risolvergli i guai: ha un sacco di debiti da saldare nei confronti di tizi poco raccomandabili che lo tengono in scacco con una pistola puntata alla tempia e gli attributi stretti nelle tenaglie.

Qualcuno gli fa la soffiata, e puntare tutto su Sombrero gli pare il perfetto riscatto a una vita di sconfitte: il destriero vanta del resto dei natali di tutto rispetto, visto che tra i suoi antenati c’era niente di meno che l’equino che fungeva da modello a Leonardo per la statua equestre di Ludovico Il Moro.

Se tirare dentro il Gino è un attimo, perdere tutto perché il cavallo si mette a brucare l’erba poco prima di tagliare il traguardo diventa un fulmine. Ma i due non si perdono d’animo, e presto l’idea di un nuovo colpo si presenta servita su un piatto d’argento.

Buon sangue non mente, dice il proverbio, e il Gino e l’Eugenio sono fatti della stessa pasta di quella generazione di “brai fioeu” con l’unico vizio di voler alzare la cresta ogni tanto, seguendo l’esempio del solista del mitra, tranne che a loro le cose non vanno sempre a puntino.

A partire, a dirla tutta, dai sogni giovanili, soprattutto per il Gino che si è visto sfumare come neve al sole l’opportunità di entrare nella primavera del Milan per seguire i dictat dei genitori e andare a lavorare in fabbrica, dove per giunta si fa male.

Ma ora il biliardo dove bivaccano nel quartiere Cagnola porta nuove idee, e coglierle al volo come un artista segue l’ispirazione per realizzare un’opera d’arte diventa per loro doveroso.

Un riscatto soprattutto morale, prima ancora che economico, che come sempre va a segno quasi per miracolo.

Marco Aluzzi e Fabio Marani scrivono un noir che ha il respiro di un western metropolitano, il ritmo di uno swing e i colori di un fumetto alla Iacovitti. Qualcosa di unico che riecheggia le atmosfere di Beppe Viola, Walter Valdi e i Gufi.

Sombrero swing riesce a resuscitare quella Milano viva che oggi è solo un ricordo sbiadito, restituendole l’anima: quando ancora la Madonnina non vestiva Prada e il mobile del salone era solo la credenza in cui la nonna riponeva le chicchere di ceramica.

Poetico e amabilmente imbranato, ma soprattutto, raramente autentico.

(Silvia Alonso)