L’INQUISITORE- Viaggio negli orrori della storia

Streghe, vampiri, zombie e un manipolo d’inquietanti fantasmi sono i classici compagni di Halloween, maschere che in realtà indossiamo per esorcizzare le nostre peggiori paure tra cui, in primis, la Dama Nera… Ma dietro a questi personaggi spesso si nascondono verità aberranti, orrori che il passato ha perpretrato ai danni delle categorie più deboli, le donne, messe all’indice e poii al rogo per la colpa di essere state semplicemente libere. La macchina della manipolazione esisteva già allora e si chiamava SUPERSTIZIONE, la prima delle più potenti armi usate per la DISINFORMAZIONE.

Questo racconto, premiato il 14.10.2023 alla fiera dell’editoria indipendente “Una ghirlanda di Libri” di Cinisello Balsamo, Premio Giuria “In Breve” è dedicato proprio a questa infamia: la caccia alle streghe, il più grande Zombie culturale che ci continua a infestare la nostra quotidianeità col pregiudizio: mai come oggi la violenza sulle donne ha raggiunto apici impensabili, e questo avviene in grande percentuale tra le mura domestiche. L’inquisizione moderna è lo stalking, la mincaccia, la manipolazione sordida. Violenza fisica e violenza psicologia sono le piaghe attuali contro cui dobbiamo far fronte. Combattiamo, e non abbassiamo mai la guardia!

Silvia Alonso

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Le pagine delle antiche pergamene giacevano al suolo, disposte attorno ai corpi dei cadaveri dilaniati, come i petali strappati di tante corone funebri.

Le scene ritratte in quelle pagine sembravano il manuale teorico di quell’assurdo scempio. Un incubo che aveva fatto corto circuito su se stesso, come se per una sadica osmosi del tempo il passato si fosse di colpo travasato nel presente.

Un occhio perverso aveva provato gusto nell’affliggere sui quei corpi muliebri, umiliati e vilipesi, una punizione efferata priva di alcun movente.

Una lucidità premeditata sembrava aver voluto riportare in vita le atrocità sepolte nella storia, così come erano state celebrate nella cosiddetta Bibbia delle torture. L’eco che aleggiava tra i corpi era come un lontano Requiem che recava inciso un terribile anatema:

 “Il loro volto è un vento che brucia, la loro voce un sibilo di serpente.”

L’evocativo pseudonimo di Kramer ne era la firma. La caccia alle streghe era tornata, più atroce e infame di prima.

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Il codice Senenmut, recitava il titolo di uno tra i tanti preziosi libri in cui mi ero imbattuto in quella strana libreria di Torino. Un capolavoro da ultimo grido, il cui valore era accentuato dal fatto che non mi trovavo di certo in un posto qualsiasi in un giorno qualunque. Eppure, cercavo qualcosa ancora di più unico.

Quel mercoledì di marzo, al numero settantasette di una via da sempre legata ai misteri dell’antico Egitto, sapevo esistere un accesso speciale che, se tutto fosse andato secondo i miei piani, mi avrebbe aperto i suoi battenti precisamente alle ore tredici.

 «Inserire le vostre credenziali» aveva indicato il voice over metallico di quello strano citofono bianco che pareva scolpito nella pietra, sovrastato da un minuscolo cobra dorato.

L’accesso a quel tempio occulto del sapere era riservato a chi si fosse preventivamente iscritto sull’apposito sito, superando una serie di disparate prove il cui iter finale permetteva, solo a pochi adepti, di possedere la giusta chiave. Quale fosse l’esatta password da inserire era dunque un enigma che solo in quel momento potevo risolvere.

Composi tremante il codice che mi ero preparato da settimane, e appena la sequenza criptata dette il risultato di Kramer, il serpente egizio sembrò annuire. Lentamente il portone in rovere mi si dischiuse dinanzi, e mentre percorrevo il corridoio d’ingresso che dava accesso a quel luogo,  l’immagine dell’Oroboro del tempo si proiettò come un lampo. Fui sorpreso dalla strana sensazione di rivivere il passato, ma una volta messo piede in quell’anfratto, prevalse la curiosità di vivere il presente.

L’impatto olfattivo di una strana miscela di tarme, muffa e polvere aveva forse contribuito a risvegliare il mio istinto predatorio di conoscenza, da tempo assuefatto al quotidiano letargo.

L’aspetto esterno del mobilio, sospeso tra il vetusto e il logoro, sembrava la miglior promessa alle mie aspettative, ma la curiosità non riusciva ancora a decollare, sebbene fossi già immerso nella contemplazione delle migliori opere di un certo tipo di sapere. Gli occhi mi si erano dapprima  posati sul Bardo, il famoso Libro Tibetano dei Morti, per poi dirigersi sulla fonte più antica del Libro di Enoch, che faceva capolino da una teca che incorniciava il più famoso papiro d’Etiopia. Roba certamente raffinata, per chi come me non fosse avvezzo agli esemplari più introvabili dei manoscritti esoterici.

L’impulso che mi aveva spinto fino a lì, alla ricerca di un certo tipo di manuale, era una forza senza nome, un miscuglio ingarbugliato di un istinto animale unito a uno slancio intellettivo che mi incalzava per non farmi demordere dal mio intento, scalpitando per potersi liberare.

Stavo quasi per scoraggiarmi, quando da lontano misi a fuoco la sua sagoma. Il depositario unico di un sapere millenario custodito tra quelle quattro mura era stato attirato dalla mia presenza.

Asmodeo, il guardiano di quel posto che ben presto sarebbe divenuto il mio Maestro si stava avvicinando come un’ombra. Lo vidi farsi largo tra gli scaffali col suo passo claudicante, il bastone che ne scandiva ritmicamente l’incedere, lo sguardo ricurvo verso il basso come per rimarcare la linea convessa della sua schiena e il dolore che ne conseguiva.

«Ragazzo mio, non sei venuto fin qua per un libro qualsiasi.»

Lo sguardo fisso nelle mie pupille era eloquente. Capii che tra noi non erano necessarie le parole, perché il nostro pensiero doveva essere legato da qualcosa d’indissolubile. Quell’uomo mi stava aspettando da tempo.

«Il tuo sapere ha bisogno di un salto temporale, qualcosa di cui il tuo corpo e la tua mente si possano nutrire, per ricevere nuova linfa. Uno stimolo vitale per poter sopravvivere.»

Non avevo ancora chiara, a  quel tempo, la mia vera indole. Sino a quel giorno si era limitata a strisciare sotterranea nei nascosti anfratti della mia psiche, come il serpente eletto a simbolo totemico di quello stesso posto. Eppure il senso di quelle parole funzionò all’istante come un catalizzatore, accendendo in me immagini dal significato inequivocabile. La risposta al suo invito avrebbe costituito il tacito discrimine tra un prima e un dopo.

«È quella vecchia scommessa che ti brucia ancora? I fantasmi di quelle donne continuano a perseguitarti dopo tutti questi anni?»

Annuii, e mentre socchiudevo gli occhi misi a fuoco il caleidoscopio del mio passato, quando il lupo in me represso si ostinava a travestirsi da agnello. Le ferite ancora aperte urlavano vendetta dal profondo delle viscere, e ormai da troppo tempo attendavano il riscatto.

Quando riaprii le palpebre, stringevo tra le mani qualcosa di unico che i segreti anfratti di quegli scaffali avevano custodito nel silenzio, in attesa di poter riveder la luce. Erano pagine antiche, la pergamena conservava ancora il suo odore di animale scuoiato e aveva l’aria di essere stata sfiorata da ben poche mani, in attesa delle giuste circostanze.

Mi bastò scorgere di sfuggita le prime lettere del titolo, inciso a caratteri gotici, per capire di cosa si trattasse. Il dolceamaro della rivincita mi affluì repentino in bocca. Si era aperto in me uno spiraglio, e presto, grazie a quel libro, avrei spalancato le antiche porte dell’Inferno.

Firmai col sangue il patto scellerato che mi univa a quelle pagine, e il cordone ombelicale del tempo mi calamitò dritto nell’epicentro vischioso di un passato maledetto e del suo principale artefice, di cui da quel momento avrei di nuovo indossato il saio.

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Il cappuccio del mantello calato sul volto mi ostruisce parzialmente la vista, permettendo di nascondermi nell’ombra.

La bicromia del saio bianco e nero corrisponde alla lotta eterna tra luce e tenebre, laddove il Verbo che aleggiava sulle Acque ne ha scandito il confine volubile. È proprio verso la parte più oscura della notte che ho scelto di dirigere il mio volere. Di giorno mi ammanto di puro bianco adagiandomi nella Regola del santissimo Ordine, ma è al mistero dell’oscuro che ho affidato il mio animo. Chi infatti professa il Vero, ha acquisito il diritto di uccidere.

Prendere i voti di frate ha fatto di me all’apparenza un umile servitore, ma è stato lo strumento più astuto per nutrire la mia gloria, brillando della luce riflessa del potere, professando il lato più oscuro della religione.

Facile, dopotutto. Schierarsi col sapere dogmatico per diventarne il più tagliente braccio armato, l’impietoso flagello delle anime più fragili, tra cui spicca, grezzo come un diamante, il delicato genere muliebre. Sarà il mio volere esclusivo a decidere per la loro vita o per la morte, secondo l’umore volubile, chiamato giudizio, di quanto ritengo al momento opportuno. Gli artifici dialettici fanno del resto miracoli in tal senso: abilmente usati possono inchiodare anche la più innocente delle creature, poiché l’ago della bilancia è tarato costantemente sul pregiudizio, piuttosto che su ciò che sia obiettivamente giusto.

È in questi segreti momenti che il sentimento di onnipotenza diventa soverchiante, regalandomi intimi e paradisiaci sussulti, brividi inediti di attesa che solo il momento dalla contemplazione dell’ultimo respiro riesce ad eguagliare. Le fiamme dell’abisso m’incendiano l’animo quando ne ammiro gli ignudi corpi contorcersi per il dolore, preludio dell’Akmé più sublime: sapere che l’artefice di tutto questo sono Io, il Supremo Inquisitore.

L’aria attorno è cupa, ne riconosco il sapore denso, il tipico olezzo agrodolce della paura che scorre da un rivolo sotterraneo adiacente alla mia stanza. Dalle celle poste al piano inferiore, inarrestabile sale come vapore, sino a giungere al seggio irremovibile della mia cattedra. Il tavolo dell’ultima sentenza, da dove impietosa si abbatterà la condanna sulla vittima.

Dall’alto di questo pulpito avverto il delirio delle mie prede, il precipizio di follia in cui, calibrando speranza e timore, le farò di colpo precipitare come animali sul patibolo. Nessuna pietà divina fermerà la mano di Caino su Abele.

La campana suona il rintocco della mezza. È giunta finalmente l’ora.

«Aprite la cella» ordino, e che lo spettacolo abbia inizio.

L’imputata procede lentamente a capo chino, e un fremito mi pervade l’animo.

Non devo lasciarmi ingannare dalle spire insidiose della sua bellezza: le femmine ci sono state inviate dall’inferno per condurci nelle tentazione, e tanto più forte ne è il tanfo di seduzione, tanto più implacabile dovrà abbattersi la condanna di chi non cede la guardia. Del resto, sono solamente streghe: una marmaglia di esseri spregevoli concepiti dai diavoli per tentare gli uomini, un intero stuolo di creature malefiche in contatto con le primordiali forze telluriche, fattucchiere e cartomanti, guaritrici, indovine e necromanti della peggior specie.

Quando la giovane donna giunge di fronte al mio soglio, è il momento di iniziare.

Abbassa lo sguardo repentina, ma il tremore di una cerbiatta impaurita che trapela dalle lunghe e nere ciglia accende in me istantanea la collera, e la scintilla divampa sulla paglia. Trasuda empietà da ogni poro, ogni suo minimo gesto è un inno alla tentazione più impura, una provocazione indecente del comune pudore.

«Si scopra pure il capo, procediamo con l’interrogatorio.»

I capelli le ricadono sulle spalle come maturi grappoli d’uva, ma presto la farò tosare, e allora la sua vigna diverrà spoglia come colpita dalla carestia più nera.

Preparo astuta la domanda, il primo girone sta per iniziare.

«La qui presente Donna Hildegarda è accusata di fornicazione col diavolo. La scorsa notte è stata sorpresa uscire dalla sua dimora, sola e senza custodia, nel cuore della tenebra.»

Me la immagino illuminata dalla luna, mentre improvvisa un amplesso lascivo sedotta dal nero angelo. Sapere di esserne escluso mi accende un furore demoniaco, così acuisco la pressione della morsa, piantandole addosso due occhi da avvoltoio capaci di far tremare anche il Tartaro.

Vacilla, le labbra serrate con ostinazione, per scuotere con fermezza il capo e chiudersi in un ferreo mutismo.

È il momento di agire. Al disonore, devo aggiungere il pubblico disprezzo e quindi la denigrazione.

«Non è forse vero che tempo fa è stata colta in compagnia equivoca con messer Rodolfo dei Guidonzi prima ancora di essergli promessa?»

È cosa da tutti risaputa che le fanciulle in età da marito, una volta colpite nella reputazione, siano le preferite dell’oscuro demone, penso con sguardo allusivo mentre il collegio dei frati mi fa coro sprofondando in un brusio assertivo. 

Abbandonata dal promesso sposo, sedotta poi dal diavolo, l’accusa suona più che plausibile per una bellezza del suo calibro.

La osservo perdere lentamente il controllo, le lacrime le solcano il volto in segno di sconfitta, e so che finalmente non ha più alcuno scampo. Su di lei si abbatterà la nostra collera.

Con un breve cenno del capo indico ai miei sottoposti lo strumento che da tempo ho eletto per il momento supremo. Non mi serve un secondo sguardo per decidere, perché il suo maledetto corpo sono settimane che mi causa tormento. Ho immaginato ogni centimetro di quella nudità che ora avrò il privilegio di ammirare, sarà la mia personale offerta al dolore sui cui imprimerò il mio marchio indelebile.

“Non è vero niente! È tutta un’infamia, sono innocente!”

Prima che abbia di nuovo il tempo di urlare le solite banali scuse, do’ ordine di farla imbavagliare.

Il desiderio di vederla contorcersi nel supplizio, distesa davanti ai miei occhi, acuisce i miei sensi. La strazierò lentamente con un tormento pari alla passione, quello strano sentimento che non mi è mai stato concesso provare.

«Ai rulli. Che venga distesa sulla tavola.»

È il supplizio che ritengo più propizio a una regina lussuriosa della specie di Elena, Cleopatra e Didone. Nulla a che vedere con la volgarità delle altre torture.

Se dovrà soffrire, lo farà con lo stile più sublime.

*****

L’agente di polizia Sofia Aliprandi è una giovane ragazza determinata, entrata in servizio da appena qualche anno.

Il suo non è il solito desiderio di sbarcare il lunario assicurandosi il classico stipendio statale, per quanto a fronte di un lavoro tutt’altro che semplice. È da sempre una vera missione, una specie di vocazione naturale iscritta nel DNA fin da quando bambina, giocando sui banchi di scuola, aveva scoperto di possedere l’innato dono di intuire le intenzioni dei suoi avversari. Telepatia: è questa la parola chiave che può descrivere la preziosissima dote che le permette quasi sempre di leggere in anticipo nella mente contorta dei suoi nemici.

Sebbene più volte avesse passato al vaglio le raccapriccianti rilevazioni dell’ultimo delitto, trascorrendo persino notti insonni nel tentativo di ricomporre la dinamica dei fatti, questa volta il suo fiuto pare narcotizzato.

Cosa diavolo poteva aver spinto un essere umano a commettere una serie di crimini così atroci?

La platealità dell’esecuzione aveva senz’altro denotato un animo mitomane e uno spirito incline all’esaltazione, ma oltre, fino a quel giorno, non era riuscita ad andare. Eppure, le antiche pergamene ritrovate attorno ai corpi denunciavano a chiare lettere che il movente doveva essere   molto particolare. Qualcosa che aveva a che fare con un animo perverso influenzato da dotte letture: le raffigurazioni dei manuali latini erano del resto indizi quasi univoci che conducevano nella direzione di una strana reviviscenza della caccia alle streghe.

Seguendo quel filo invisibile, finalmente le si affaccia un’intuizione.

“Halloween, certo! Come ho fatto a non capirlo prima?”

Il bicchiere di caffè lasciato a metà sulla scrivania rischia per poco di rovesciarsi, sfiorato dalla foga improvvisa delle sue mani che si mettono a digitare all’impazzata su Google qualcosa che finalmente può venirle in soccorso.

Qualche secondo dopo, ecco comparire sullo schermo i colori viola e arancio di una pagina di Instagram appositamente creata per la festa del giorno dei morti. Almeno, secondo l’apparenza, la realtà invece sottesa, a un secondo sguardo, risulta essere molto più inquietante.

In the sky fly the witches,

are you ready to play?

Kill their soul with every pain

their bones throw out of bridges,

burn their body full in flame.”

La data del post è recente, e coincide – guarda caso- proprio col giorno antecedente la strage, ma la cosa ancor più curiosa è la particolarità della firma apposta a quell’ode oscura, proveniente da un tale di nome Kramer. È certo, pensa, che rappresenti uno pseudonimo, e che con ogni probabilità, se è sulla giusta strada, contenga la giusta chiave per dare una svolta alla sua indagine.

«Ci sono novità?»

Sorpresa dall’arrivo improvviso del collega, che le si affaccia alla stanza proprio nel mezzo di quei pensieri, sposta dal labbro la punta della matita che ha la brutta abitudine di mordicchiare, come se fosse ancora una bambina sui banchi di scuola. Il sapore del legno l’aiuta a concentrarsi, ma di fronte a un sottoposto meglio ricomporsi.

«Niente di radicale, se non che al vedere meglio le rilevazioni risulta quasi palese che ci sia un  movente ideologico. Per certi malati di mente, la religione è come l’oppio dei popoli» conclude drastica scuotendo fermamente la testa.

Ora, quello che più le interessa, è leggere il rapporto che le passa il collega, mentre ruota la sedia di novanta gradi per afferrare quei fogli e studiare ogni dettaglio di quanto riportato sulle pagine. Non passa un intero minuto, che eccola riguadagnare terreno.

 «Porca miseria! Qui c’è veramente sotto qualcosa …»

Le salta subito all’occhio elenco dei nomi che svelano a catena l’identità delle vittime: tutte giovani donne in carriera. Accanto all’anno di nascita di ognuna, vi è indicata la professione, così che è impossibile non notare il filo sottile che può accomunarle. Chi artista, chi influencer, chi operatice olistica, tutte in qualche modo appassionate di un certo tipo di sapere.

Apre di nuovo la pagina di internet, questa volta per utilizzare Facebook. Dai profili rilevati, sembra che tutte avessero in vita un comune interesse, che le ha portate a partecipare agli stessi gruppi social. La meditazione, le discipline olistiche, il sapere orientale e un certo tipo di pensiero New Age è il nesso che, secondo i rispettivi profili, può averle unite conducendole dritte nelle mani del loro carnefice.

«Ecco cosa le accomuna!»

Digita velocemente sulla tastiera del pc, e scorre di nuovo gli elenchi dei gruppi in questione, in cui spicca in particolare un nome. Si tratta del famigerato gruppo Spiritualità Quantica, e il suo moderatore è un tale di nome Kramer.

«Una volta, quelle donne che amavano un certo tipo di sapere non ufficiale venivano etichettate come streghe …»

Il ricordo di quando, da ragazzina, giocava ingenuamente a fare la strega nelle ore di ricreazione riaffiora vivido alla memoria, provocandole un brivido lungo la schiena. È un lampo, ed è subito sulla giusta strada.

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Premio Giuria« InBreve » 14.10.23

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