Il “Ciclone” Flamenco. Un viaggio alla scoperta di come è nato tutto…

Per noi del “clan” flamenco, ormai veterane del settore, è un vero tabù.

Quasi fosse una setta a cui si accede per iniziazione, la sacralità della nostra arte, il fuoco del “duende” (ovvero la trance che coglie l’artista immerso nella sua esibizione) deve tagliare ogni traccia esteriore di “profanità”. Semmai esistita.

… fa sorridere, se ci pensate.. perché proprio a dispetto di questo, ci sarebbe un segreto insvelabile….La pura verità è che noi tutte, (o quasi), siamo state iniziate al flamenco per ragioni mooolto più “profane”.

Come la rosa rossa nei capelli, le gonne bellissime coi volants e i pois, e…un certo “sabor” di esotismo…

Se ci fosse una Bibbia del flamenco, versione italiana (come quella dei Quaranta, solo che “mas pequenita”) così esordirebbe: “In principio era il Ciclone”(e Pieraccioni con le sue bailaore approdate in Toscana). E prima ancora…c’era una volta Raffaella Carra’ (e il suo Pedro Pedro il meglio di Santa Fe). O anche Madonna. E gli anni ‘80/‘90. E i balletti alla televisione al sabor ispanico, La isla bonita e compagnia cantante. Come , appunto, il nostro Julio Iglesias che faceva impazzire le mamme con la sua indimenticabile Manuela.

Poi sono finalmente arrivati i Gipsy King e le loro irresistibili Rumbas: “Bamboleo”, “Bailame””Djobi Djoba”. Ma anche canti più “sofferti” come “Un amor” o “A mi Manera”. E noi nei nostri borghi della Italietta sognatrice (e per il momento poco viaggiatrice, perché ancora in attesa dei voli low cost o dei last minute) eravamo felici, perché grazie a loro avevamo fatto, nel nostro piccolo, due grandi scoperte (almeno così pensavamo).

La prima: credevamo che quello fosse il vero, autentico flamenco. (!!!)

La seconda: ci piaceva da morire! La terza è un corollario che praticamente segue da se’. La decisione di seguirlo ovunque. Come un patto di sangue, qualcosa di viscerale, sapevamo che questi ritmi ci appartenevano, questo mondo coi suoi vividi colori, la sua forza estrema, (come la relazione sottile tra amore e morte), un senso di tragicità eppure di forte vitalità, la continua sfida alle difficoltà della vita… tutto questo già lo presagivamo (…anche solo ascoltando i Gipsy King…incredible!) .

Ma la’ fuori ci aspettava un mondo molto più complesso che doveva disvelarsi a noi negli anni a venire. E …con nostro sommo stupore… non aveva quasi nulla a che vedere con quello che ci immaginavamo. Non era (e non è mai stato) “unos dos tres, un pasito bailante Maria”.

E nemmeno la versione grottesca che Tosca D’Aquino (“piripi”: ve la ricordate?) ne fa’ nel film cult “Il Ciclone”…”il flamenco lo ballo anch’io..”

Forse di tutta quella appariscente (e caricaturale) suggestione iniziale l’unica cosa che restava di autentico era la nostra “vera, profonda, carnale passion por el flamenco”, come quella famosa frase del film…

E così, praticamente ignari di quello cui saremmo andati incontro, noi popolo delle aspiranti flamenche, straniere non autoctone, abbiamo iniziato il nostro viaggio. Sulle orme dei gitani. Una carovana ideale: direzione Andalucia. Alla conquista di Granada, Sevilla, e poi ancora più giu’ e lontano fino a Jerez de la Frontera, e oltre sino al mare di Cadiz.

Si incomincia con le Sevillanas, ballo folcloristico della profonda tradizione ispanica (anche con nacchere-le tradizionali “castanuelas”)…e si pensa: woow..ho imparato vedi? E invece è solo la punta di un Iceberg! O meglio, per dirla con le parole di Siviglia …è solo la punta estrema della nostra Giralda…ne avremo da taconeare prima di imparare cosa è veramente una “escobilla”. (Altro che redoble da terza sevillana!)

E allora vai alla scoperta del tangos di Triana (Sevilla), della Alegria di Cadiz, e poi ancora del Fandango di Huelva, della Farruca di Galizia …e infine della più difficile di tutte: la mitica Buleria de Jerez.

Poi c’è il vero cuore pulsante del flamenco… il cosiddetto canto profondo (cante jondo) cui appartengono melodie drammatiche, forti, dai toni cupi e molto sofferti. Le siguiriyas, i martinetes, le soleares.

E con loro ti addentri nella storia, scoprendo i grandi protagonisti della cosiddetta “Rinascita” (siamo a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60) come Paco de Lucia e Cameron de la Isla, per la chitarra e il cante. O la irraggiungibile Carmen Amaya per il baile (seguita da Cristina Hoyos e Antonio Gades, e poi ancora Antonio Canales fino a Joaquin Cortes).

E da loro risali a oggi. Dove è impossibile nominare tutti i grandissimi artisti che popolano il panorama attuale. (Nel baile amo moltissimo Javier Latorre, Belen Maya, Mercedes Ruiz, Sara Baras, Olga Pericet, Patricia Guerrero, Manuel Linan…. e ho perso il conto. E nella musica, beh Vicente Amigo e Miguel Poveda…ma ci sarebbe anche Estrella Morente, a me cara perché spesso usata per le colonne sonore dei film di Almodovar, come Volver.. e comunque moltissimi altri…)

Non potrai mai raggiungerli, ma almeno studiare con loro, al festival di Jerez o nei tanti cursillos estivi, è come attingere qualche goccia dall’Oceano della Conoscenza. Gocce preziose, rare, pure.

E poi, soprattutto, godersi la magia di quei posti. Dove tutto è canto, musica, arte e vita. La vita è subito tradotta in arte e viceversa, l’arte si fa vita. Non ci sono filtri.

Nessuna finzione o trucco (se non quello di scena): questa è gente vera, non c’è vanità estetica. Solo il puro sentire. Pelle d’oca. Rabbrividire. Ridere e piangere. Le emozioni scoperte, riscoperte, benvenuti alla vita voi che eravate in una lunga agonia atrofica asettica apatica del vivere moderno di oggi. Rianimazione immediata: vino e jamon iberico (o serrano? ) tapas a volontà, y por fin…. amor.

….E se mai ti assuefassi pensando di essere infine “arrivato”, illudendoti di avere finalmente imparato e capito…beh sappi che nel linguaggio gitano tutto e’ in movimento, per antonomasia. Ricerca, esteriore (nei passi e nella tecnica) ed interiore (nel sentimento che ne scaturisce …). Non c’è mai un arrivo.

Siamo nomadi. Alla ricerca della nostra meta. La vita…l’amore. L’arte in se’.

E allora: Buon flamenco a tutti!

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